INTRODUZIONE AL SEX COACHING 2




Ora vi dico come andò.


Vivevo a Londra ancora da poche settimane, e decisi di andare a fare un po’ di pratica di tango anche per socializzare. Ero un principiante, e lo sono tuttora. In Italia avevo preso qualche lezione privata ma, come sai, la camminata nel tango, soprattutto la spinta o - come la chiamano i maestri - “l'intenzione”, insieme alla presenza e alla guida, sono tra le cose più difficili da imparare. Sapevo che la cosa più importante da trasmettere a una donna quando balli e quando fai l'amore è la sicurezza, ma proprio non avevo idea di come fare in quel momento lì.


Una ballerina di tango però ci mette meno di un secondo a capire se sei un principiante o meno; lo capisce da come la prendi e soprattutto dall’energia che le trasmetti. Ecco il punto: l’energia che le trasmetti. Ed io, nel ballare tango, mi rendevo conto di essere (da questo punto di vista) proprio negato. Avevo creatività, fantasia, ma non riuscivo a camminare, a trasmettere.


Al di là della tecnica, che ci vogliono anni di pista, le donne (quelle brave e quello meno brave) continuavano a dirmi che non mi "sentivano"… Immagina come mi risuonava questa frase: “non ti sento!”. Sai cosa vuol dire?... Così mi trovai in quella pratica londinese con questo irrisolvibile limite.

Chiesi all'insegnante, una bella donna sulla trentina, minuta, forte, di ballare con me.

Lei era dolce, elastica, vibrante, femmina. Mi dava le solite indicazioni che diedero altre insegnanti, le professioniste, per dirmi alla fine, come sempre, che non riusciva a sentire la mia propulsione, non percepiva il mio controllo. Vedi, non si trattava ancora di guida, ma di semplice percezione della mia mascolinità.


E non ci riuscivo. Per lo meno fintanto che continuavo a ripetere lo schema dello studente di tango che esegue il suo bel “compitino”, non mi veniva. Perchè non riuscivo a trasmettere la mia virilità a quella donna? Non dovevo avere un’erezione, del resto: lei non doveva sentire niente di fisico, in realtà, era un fatto di immaginario, di connessione profonda: proprio come succede mentre faccio l’amore.


Allora ebbi un'idea. Un’idea fantastica. Iniziammo a camminare, uno di fronte all’altra, abbracciati stretti, ed io socchiusi leggermente gli occhi; poi per qualche secondo mi estraniai con la mente immaginando di essere totalmente altrove, o meglio, in un letto; e immaginai che stavo facendo l’amore con lei.

E immaginai che ero sopra di lei e che la stavo penetrando proprio in quel momento lì.

Camminavo con le gambe, ma scopavo con la mente. Sentivo allo stomaco, giuro, la sensazione di penetrarla. Per un istante ho dovuto chiudere anch’io completamente gli occhi, però. Un passo, due passi, tre passi: erano gli stessi passi di prima, ma io mi ero convinto davvero che fossero invece una spinta, due spinte, tre spinte, quattro spinte... La stavo veramente “scopando”.

Non avevo un’erezione, non la stringevo neanche, perchè era tutto nella mia mente. Era un’erezione immaginaria, un amplesso immaginario, ma più vero di quello vero, perché veniva da quel punto profondo in cui vive un demone che conosco benissimo.

Era una cosa solo mia. Lei non doveva accorgersi di niente.

Adesso quel demone mi aveva rapito, ero come posseduto, come un musicista sembra posseduto da un’entità misteriosa quando suona. Ma non ero “sballato”, ero perfettamente presente, ero fuori e dentro allo stesso tempo, esistevo, in senso letterale.

In quel modo tutto ciò che prima tentavo, invano, di far passare dalla coscienza al corpo, era già lì, come se venisse da lontano, da un punto in cui ero sempre stato più “me stesso”, più autentico, di quello che fingevo di essere. La determinazione, la grinta, la potenza, venivano adesso dal centro, come se si creasse un’asse immediato tra la mia intenzione e il movimento, non c’era più quella distanza tra coscienza e inconscio in cui tutti, in fondo ci perdiamo.


Ho sentito dire che noi diventiamo “noi” se sappiamo stare nell’intercapedine tra dio e il diavolo, tra l’onirico e il reale. Ecco, io ero lì, tra gli dei: li sentivo attraversarmi tutto.

Allora lei si fermó.

Mi guardó esterrefatta.

E mi disse, quasi sbalordita: “Luca, così è P-E-R-F-E-T-T-O”.

Lo disse proprio così, con le lineette.


E’ ....P-E-R-F-E-T-T-O.


E’ importante che tu sappia, tu che mi leggi, ora, che nemmeno per un istante me la immaginai nuda, o che fantasticai su di lei, non modificai il modo in cui la toccavo. In un certo senso non era nemmeno lei che penetravo virtualmente, ero nel mio elemento, semplicemente. Non è facile da spiegare.

Non avevo intenzioni per il "dopo", non volevo provarci, volevo solo ballarci, e farci l'amore ballando.


Avevo sempre camminato "da cani" e proprio in quel momento lei mi diceva "perfetto". Quel giorno capii. Poi ad un certo punto perdevo la concentrazione e lei mi diceva "no, adesso non più"...allora mi concentravo di nuovo, di nuovo tornavo penetravo immaginalmente, e lei mi ripete. "ecco, è perfetto di nuovo, rimani così"

Quel giorno capii.


Capii cosa aveva percepito quella donna. Aveva sentito ciò che si aspettava da un uomo: la sua energia sessuale, non la forza fisica, no! Qualcosa di profondo che emerge in un luogo misterioso: l’energia di un corpo che fa l’amore. Capii che la "spinta" é la chiave, e non per ballare il tango, ma per andare verso le donne in generale: andarci con orgoglio, sicurezza, competenza. Perché le donne percepiscono la nostra energia sessuale, la nostra competenza sessuale, con la stessa velocità con cui noi percepiamo che una lametta da barba é troppo vecchia per raderci bene. A pelle. E lo capiscono istantaneamente; lo percepiscono e non ci lasciano scampo.


Capii che la relazione con le donne fuori dal letto o dentro alla camera da letto ha le stesse dinamiche.

Quel “sei perfetto” era la prova che l’energia sessuale non ha un luogo privilegiato per esprimersi. Se ogni volta che sei con una donna vuoi mostrarle sicurezza, orgoglio, determinazione, ma anche profondità, attenzione, dolcezza e tenacia insieme, garbo e grinta, se ogni volta tu pensassi e ti muovessi come se stessi (in quello stesso istante) “facendo l’amore”, ogni specifica volta daresti anche a lei che ti ascolta, ti guarda, ti vede, la netta sensazione che tu sia effettivamente sul pezzo! Wow. Che la stai scopando come si deve. Anche se lei non lo sa. E non lo saprà mai. Ma lo immagina, anche se ad un livello non cosciente.


Ma il sesso è lì che si produce ed è lì che dà tutte le sue sensazioni, ad un livello non cosciente, lo stesso livello della poesia, il livello di magia in cui gli dei, le forze primordiali, parlano agli uomini, e danno senso alle loro vite.

Il fatto che devi capire è che il tuo cervello usa gli stessi meccansimi sia quando scopi che quando cammini o balli o dipingi o scrivi. Se sai trasmettere sensualità nel sesso, allora sai trasmetterla dovunque. Se sai spingere, puoi spingere dovunque. Se sai far godere una donna con le parole, puoi farla godere ancora meglio con il tuo cazzo.


A me piace fare l’amore, ovvio, mi fa sentire potente, e lo sono effettivamente. Ma tutt’altra cosa è stato riuscire a cogliere l’essenza, la qualità intrinseca del gesto erotico, del gesto penetrativo assoluto, e usarlo poi ad un livello più profondo, senza che fosse una vera penetrazione, ma una semplice camminata abbracciati, come fu quella volta, in quella via laterale di Liverpool street. Quella donna sentiva esattamente questo. Non solo la potenza, il gesto sicuro, determinato, ma anche la sensazione di benessere e di presenza che io stesso provavo. E’ una questione di essenza. E’ una questione di immaginazione.


Ero risucito ad integrare il mio stato cosciente con quella dimensione onirica in cui, dopo Kelly, stavo imparando a rimanere sintonizzato. Si trattava di quel legame bicamerale tra vita cosciente e vita inconscia, tra concreto e immaginario, tra umano e divino, di cui parlava Jaynes nel suo libro sulla mente bicamerale. Io potevo sì essere lì a camminare con una donna abbracciata a me che teneva gli occhi chiusi e scivolava all’indietro, ma ero riuscito, nello stesso tempo, a trasportare quella camminata piena di dubbi, piena di decisioni prese toppo in fretta, piena di tempo ordinario, e di ansia da prestazione, dentro una dimensione ancora più concreta, ma senza tempo, senza fretta, senza dubbi; fatta di quella concretezza assoluta che può avere solo l’immaginario ; perché il sesso di sicuro lo conoscevo meglio del tango, faceva parte di tutto il mio mondo simbolico, e in quel momento avevo delegato al mio demone, dentro quel mondo, di ballare il tango al posto mio. Di insegnarmi a ballare, soprattutto. Mi sentivo fortissimo, infallibile, proprio come ti devi sentire tu quando penetri una donna.

Anche se non è così, anche se sei fallibile, quel dio che fa da intermediario fra la tua radice e quello che accade, di fallire non ne vuole sapere. Egli mette in crisi l’immagine ideale che tendi a costruirti, quella che fallirà, e che poi va a sabotarti, perché quell’immagine è irreale, e luio stesso ti riporta nella verità, nella tua verità. La mia verità era che stavo facendo bene quello che sapevo fare bene. Non c’erano ostacoli tra me e la mia radice.

Zeus, la penetrazione, era venuto a trovarmi, e con lui suo figlio Dioniso, la danza, l’animale uomo, e non avevo più un dubbio: la stavo scopando. Lo stavo facendo benissimo.

Ecco, mi disse, “adesso sei perfetto”.

Non lo dimenticherò mai.



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